Partecipare, Cooperare o Collaborare?

0 commenti

Tutte e tre! Senz'altro...



Avvertenza al lettore: commenti e critiche sono

                                assai benvenuti.


Conosciamo tutti la sottile differenza che passa tra "cooperare" 

e "collaborare"?

Anche voi, come me, li avete usati spesso come sinonimi, salvo 

poi rimanere col dubbio che se i termini sono due, probabilmente 

non è per caso?


Dal "New Oxford American Dictionary": 

 collaboration: “the action of working with someone to  produce  

 or create something”. 

 from Latin collaboratio(n-), from collaborare ‘work together.’ 


 cooperation: “the process of working together to the  same end”. 

 from Latin cooperatio(n-), from the verb cooperari later 

 reinforced by French coopération. 


La collaborazione è una filosofia di vita, cioè un modo di stare 

al mondo. Per contro, la cooperazione è una struttura di 

interazione che, unendo il lavoro di più persone in un gruppo, 

agevola il raggiungimento dello scopo condiviso.


La collaborazione, quindi, è centrata sull'individuo, sull'attore. Il 

quale è responsabile delle proprie azioni. Un individuo collaborativo 

rispetta, e al tempo stesso apprende, dalle abilità e dai contributi 

dei colleghi.


Per saperne di più, cliccate qui.

Vengo anch'io

2 commenti




Da quando ho sentito parlare per la prima volta di progettazione 

partecipata (e Participatory Design), sto un pochino più attento al 

modo con cui viene utilizzato quotidianamente il termine partecipato

Normalmente lo sento pronunciare alla televisione, alla radio, lo leggo 

sui giornali e sul web. Allora apro bene occhi e orecchie: perché si 

fa presto a dire partecipazione!


Non che pretenda di essere l'avvocato di alcunché, beninteso, ma 

colgo l'occasione dello spazio su questo blog per sottolineare che 

esistono diversi livelli di partecipazione

Si può ad esempio partecipare a un piano urbanistico come ad un 

partito politico, alla progettazione di sistemi informativi, così come 

a una riunione di condominio....insomma, il termine partecipato è 

utilizzato frequentemente, ma non senza una certa ambiguità. 

Partecipare significa letteralmente "prendere parte", e assume 

connotati precisi nella progettazione dei sistemi informativi, la quale 

porta inevitabilmente a cambiare il proprio modo di lavorare. 

Per “partecipato” non si intende allora che gli utenti finali di un 

servizio, di un prodotto o di un processo vengano invitati a una 

semplice presenza passiva o che piuttosto vengano “messi a 

conoscenza” di decisioni già raggiunte o di esiti immodificabili. 


I lavoratori che vengono coinvolti in un laboratorio di progettazione 

partecipata non "scaldano" il banco, non siedono passivamente in 

aula, con gli occhi puntati verso la lavagna e le matite fumanti 

sui fogli. 


La partecipazione dei membri in un ambiente di questo tipo 

produce qualcosa di più: la costituzione di un gruppo di lavoro 

consapevole e responsabile degli obiettivi, capace di creare e 

sostenere al proprio interno la fiducia necessaria per raggiungerli. 


Si partecipa per apprendere reciprocamente gli uni dagli altri.


L'importanza di chiamarsi oggetto

0 commenti
Progettare con le persone ci avvicina agli oggetti delle loro attività quotidiane, oggetti che popolano gli ambienti e gli spazi di lavoro, li animano.

Il design partecipato tiene in considerazione la materialità degli artefatti, dei supporti e degli strumenti. Come interpretare questa particolare attenzione per il mondo tangibile?

Partendo dalla dimensione della consistenza non solo degli spazi di lavoro, ma anche dei processi stessi di progettazione, con i loro oggetti, i loro colori, il loro “peso”.

Proviamo a definirne le dimensioni (M. A. Eriksen, “Material Means”, P.D.C 2006).



Materials è il mondo tangibile delle cose fisiche degli uffici e delle officine, della carta, delle forbici, delle pene e dei post-it, di tutto ciò che è aperto all’essere sistemato, montato, assemblato e ri-assemblato.

Materializing è il fascio di processi che manipolano il materials, nel momento della definizione dei significati e delle direzioni da intraprendere.

Materialized raccoglie le rappresentazioni, i modelli, gli schemi, frutto del materializing che costituiscono gli strumenti partecipati per il confronto e l’esplorazione dei concetti e dei significati prodotti dai partecipanti al lavoro collaborativo.

Re-representing come il processo di composizione e ulteriore manipolazione condivisa di quanto sia materialized, di ciò che già in precedenza è stato oggetto di progettazione e discussione, verso un percorso di design riflessivo e iterativo che non metta da parte quanto prodotto dai partecipanti ai laboratori di progettazione.


Non buttate i cartelloni

vedrete,
prima o poi vi serviranno.




La cura e facilitazione nei casi difficili col Social Practice Design

0 commenti
Nei casi difficili, in cui non ci sia sufficiente uniformità di obiettivi, di significati dati alle cose, di linguaggio, occorre ricorrere ad un metodo ‘terapeutico’ per creare preliminarmente condizioni soddisfacenti di lavoro e di collaborazione.

Per diminuire l’ambiguità e stabilire un clima di fiducia tra gli attori coinvolti, c’è bisogno di un approccio basato sulla cura (Ciborriana) della comunicazione per il recupero del senso delle cose, nonché della facilitazione (Rogersiana) per il recupero della relazione e della fiducia con attenzioni proprie del counselling: il Social Practice Design, un approccio che sfrutta appieno l’osservazione etnografica per far prendere coscienza dei problemi e l’indagine fenomenologica per far emergere le visioni di soluzione.

La progettazione partecipat(iv)a della informatica sociale

0 commenti
Introdotta in Scandinavia negli anno Ottanta, come si diceva, basata sulla co-costruzione con gli utenti e sulla loro appropriazione della tecnologia, la progettazione partecipativa è la metodologia ineludibile per lo sviluppo di successo di infrastrutture informative orientate al lavoro.

In ambiti sociali in cui gli aspetti umani di conoscenza, apprendimento ed organizzazione prevalgano sugli aspetti scientifico-tecnici, le applicazioni del computer mostrano sempre particolari esigenze e dinamiche, seguono destini peculiari non sottostanti a logiche deterministiche, e necessitano di una epistemologia diversa per essere realizzate e spiegate. Queste applicazioni richiedono in definitiva una disciplina tutta propria per essere inquadrate, comprese e gestite: l’informatica sociale.

Nel regno dell’informatica sociale, il lavoro di realizzazione dei servizi informativi non può essere fatto solo “in astratto”, nel senso cioè di limitarsi a progettare e sviluppare sistemi di computer efficienti, ma esso richiede invece anche l’uso pratico degli stessi sistemi per lo scopo desiderato; per essere efficace il lavoro deve cioè essere situato nella realtà dell’azione sociale, economica e politica.

Nell’informatica sociale, la progettazione partecipativa rappresenta un approccio moderno alla progettazione di sistemi informativi, in cui le persone destinate ad usare il sistema giocano un ruolo cruciale nel progettarlo . Questa modalità di progettazione si differenzia dalla progettazione tradizionale, in quanto vede lo scopo della computerizzazione come un tentativo di fornire ai lavoratori strumenti migliori per eseguire il loro lavoro. Essa inoltre vede le applicazioni basate sul computer non in isolamento, ma piuttosto nel contesto dei luoghi di lavoro; come processi piuttosto che prodotti.
La progettazione partecipativa è l’approccio appropriato per la progettazione per il cambiamento e per l’uso emergente: rendere la tecnologia un attore del cambiamento iscrivendo il possibile cambiamento futuro già al momento della progettazione del sistema e rendere gli utenti attori del cambiamento tramite la loro partecipazione attiva alla progettazione.

Lo scopo delle metodologie partecipative non è limitato al miglioramento della progettazione dei sistemi informativi, ma anche al prendere in considerazione gli aspetti sociali di un dato progetto, facendo attenzione specialmente ai futuri utenti del sistema. Gli utenti finali sono considerati attori di primaria importanza sia dal punto di vista sociale sia dal punto di vista del sistema. Essi vengono attivamente coinvolti in ogni attività progettuale dai progettisti del sistema – progettisti che si curano quindi sia delle pratiche di lavoro che della costruzione del prodotto.

Non c’è una tecnica infallibile per ottenere il coinvolgimento attivo degli utenti. Il problema reale è un problema di comunicazione; la difficoltà sta quindi nel trovare un linguaggio comune per iniziare il dialogo e per stabilire un contesto di progettazione.

Se ti fai il cartamodello lo puoi provare prima di realizzarlo

0 commenti
Vi segnalo un tool fantastico che consente di creare il cartamodello di un sito web per poterlo provare prima che venga realizzato.
L'hanno realizzato all'Università di Washington e lo si può scaricare liberamente.




E' quel che fa il sarto quando per non sprecare la stoffa pregiata veste la sposa col cartamodello e la coinvolge nella co-costruzione del vestito. E quante spose convinte dello strascico finiscono per farsi confezionare il vestito corto ;-)

Consiglio anche di leggere:

"uff!... questo informatico proprio non lo capisco!"

Cos'è la progettazione partecipata?

"Non progettiamo soltanto nuovi artefatti tecnologici ma cambiamo il lavoro e la vita delle persone che li useranno" - Terry Winograd



Cos'è la progettazione partecipata?

0 commenti
E' una modalità speciale del costruire le cose, che possono essere le idee, un edificio, un abito, un programma per computer, dove l'utente finale è messo nelle condizioni di ideare e co-progettare l'artefatto con pari dignità di chi lo costruisce.
Nell'ambito più specifico dei sistemi informatici, e più precisamente in quello dei sistemi informativi, una delle ragioni più evidenti della difficoltà di costruire programmi che siano realmente risposta ai bisogni degli utenti, è che ci li fa non corrisponde con chi poi li usa!
Investigare i requisiti a priori, prima che si generi il cambiamento indotto dalla tecnologia che verrà, è un paradosso. Perché produrre un software significa cambiare le pratiche di lavoro di chi lo userà, che non è quasi mai in grado di prefigurarsi i bisogni del cambiamento prima che questo avvenga.
I requisiti emergono quando la tecnologia è in uso!
E' un'altra delle grandi evidenze delle pratiche ingegneristiche del design del software.

Perché?

Perché nell'uso dei sistemi informatici non sono in gioco solo i dati e le informazioni, ma anche valori umani quali l'intelligenza, il linguaggio, la razionalità, la conoscenza. Valori che non sono investigabili a priori ma che caratterizzano l'esperienza che ciascun utente fa nel vivere il cambiamento del proprio lavoro, anche quando viene indotto da strumenti informatici nuovi.

La progettazione partecipata dei sistemi informativi nasce originariamente in Scandinavia e rappresenta un approccio moderno alla progettazione dei sistemi informativi, in cui le persone destinate ad interagire con il sistema giocano un ruolo cruciale nel progettarlo.

Due concetti fondamentali:


1. l’apprendimento reciproco, in cui le persone condividono le diverse pratiche di lavoro e traguardano le possibilità di sinergia e integrazione

2. il design-by-doing (progettare tramite il fare), nel quale la progettazione hands-on e il learning-by-doing sono supportati da attività di raffigurazione e modellazione (modelli prodotti dalla condivisione di conoscenza)


Ma si può far progettare i programmi informatici da chi li userà?




Gli utenti provano i nuovi strumenti prima che vengano realizzati e verificano, nell'uso, che dati, informazioni e soprattutto conoscenza vengano integrati e siano accessibili nel rispetto di un cambiamento sostenibile.



Consiglio anche di leggere:

"Non progettiamo soltanto nuovi artefatti tecnologici ma cambiamo il lavoro e la vita delle persone che li useranno" - Terry Winograd